Premiato

Premio ARCo 2015

I Parchi della Palermo Arabo-Normanna. Un nuovo volto per il giardino della Zisa.

Autore: Alessandra Cini
Relatore: Prof.ssa Maria Margarita Segarra Lagunes

Correlatori: Prof. Francesco Cellini, Prof. José Tito Rojo
Università degli Studi Roma Tre
Facoltà di Architettura
Laurea Magistrale in Architettura – Restauro
A.A. 2014/2015

Relazione del concorrente


Ibn Gubayr, viaggiatore e poeta arabo-andaluso in visita a Palermo nel 1185, lascia scritto nella sua opera Viaggio in Ispagna, Sicilia, Siria e Palestina, Mesopotamia, Arabia, Egitto:

«I palazzi del Re ne circondano il collo, come i monili cingono i colli delle ragazze dal seno ricolmo, ed egli tra i giardini e circhi si rigira di continuo fra delizie e divertimenti».

Nel XII secolo la fiorente città di Palermo è infatti circondata da parchi e giardini voluti dai reali normanni i quali, adottando usanze e costumi dei predecessori arabi, realizzano fuori delle mura cittadine «bei giardini ed ameni verzieri».

Il primo è il Parco Vecchio attribuito al re Ruggero II e risalente quindi al XII secolo: si estendeva probabilmente dalle pendici del Monte Grifone verso nord fino alle mura della città di Palermo. È il più celebrato dai poeti ed ospitava al suo interno lo splendido palazzo della Favara (dall’arabo al-Fawwarah, ovvero «sorgente d’acqua gorgogliante») ed un grande bacino d’acqua artificiale, da cui deriva il nome di Maredolce, e che i cronisti dell’epoca raccontano navigabile.

Sempre all’opera di Ruggero II è attribuibile il Parco Nuovo che sorgeva dove oggi si trova il piccolo centro abitato di Altofonte. Questo secondo sollazzo era adibito principalmente alla caccia e qui il re trascorreva i mesi estivi al riparo dalla calura della conca palermitana.

Il successore Guglielmo I, detto «il Malo», commissiona nel 1165 il palazzo della Zisa che verrà però portato a termine dal figlio Guglielmo II. La Zisa nasce come luogo adibito al riposo del re come era in uso nella tradizione orientale; assieme all’edificio è realizzato un bellissimo e sfarzoso giardino ricco di vegetazione, acqua ed ombra. L’iscrizione in caratteri nashī sull’arcata interna del vestibolo del palazzo recita: «Questo è il paradiso terrestre che si apre agli sguardi». «Giardino paradiso» è una denominazione comune a tutti quei giardini di piacere che presentano caratteri fortemente geometrici (geometria che nei giardini normanni perde il significato orientale di ordine cosmico e divino) nella disposizione della vegetazione e dell’acqua: canali lineari, vasche centrali quadrate o rettangolari, alberi ordinati e piantati in filari, aiuole e parterre regolari, piante aromatiche accuratamente collocate e selezionate.

Lo stesso Guglielmo II erige il palazzo della Cuba che ad oggi si trova su corso Calatafimi ma che un tempo era il baricentro di un grande parco che si estendeva subito fuori l’odierna Porta Nuova. Il Re scelse questo luogo sia per lo sfruttamento della vicina sorgente del Gabriele (le cui acque bagnavano anche il giardino della Zisa) sia perché si trovava sulla direttrice immaginaria che collegava il polo politico del Palazzo Reale della città di Palermo a quello religioso di Monreale. Sappiamo dal Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli che il parco era denominato «viridarium genoard»: Genoardo dall’arabo Jannat al-Ard, letteralmente «Paradiso della Terra». Non è quindi un nome specifico, ma comune ai giardini di delizia che rimandano per struttura all’immagine del giardino islamico e del paradiso coranico.

Ad oggi di questi parchi non rimane quasi più nulla: le uniche testimonianze sono i resti degli edifici che troneggiavano sul verde circostante a simboleggiare il potere reale normanno.

Gli stessi palazzi appartenenti ai parchi hanno subito invasive trasformazioni a causa di cambi di destinazioni d’uso nel corso dei secoli: il complesso della Favara viene adibito ad ospizio nel XIV secolo dai Cavalieri Teutonici della Magione e successivamente trasformato in azienda agricola, il palazzo del Parco Nuovo viene donato all’inizio del XIV secolo all’Ordine cistercense che vi fonda un’abbazia, la Zisa viene trasformata in baglio agricolo e successivamente destinata a residenza privata, l’edificio della Cuba viene adibito a lazzaretto durante la terribile epidemia di peste del 1576 e dal XVII secolo è sfruttato come caserma prima da una compagnia di soldati mercenari Borgognoni e successivamente dalle truppe dell’esercito borbonico.

Nel corso dei secoli sono testimoniati una noncuranza ed un uso non idoneo del patrimonio architettonico medievale palermitano: solo nel 1778 il palazzo medievale della Zisa viene per la prima volta inserito, insieme a monumenti unicamente archeologici, nell’elenco dei siti siciliani da sottoporre a tutela dello Stato, redatto dal principe di Torremuzza e dal principe di Biscari, nominati quell’anno Regi Custodi. Da allora seguirà una lunga e travagliata storia per la tutela e la conservazione di queste testimonianze uniche per la storia dell’architettura.

Durante la 39ª sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale, tenutasi a Bonn tra il 28 giungo e l’8 luglio 2015, il percorso della Palermo arabo-normanna (Palazzo Reale con la Cappella Palatina, chiesa di San Giovanni degli Eremiti, chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio o della Martorana, chiesa di San Cataldo, cattedrale di Palermo, palazzo della Zisa e ponte dell’Ammiraglio) e le cattedrali di Cefalù e Monreale sono stati iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO divenendo il 51º sito italiano.

Ad oggi l’attenzione del mondo culturale internazionale si sta focalizzando non più solo sui resti architettonici ma anche sulle testimonianze paesaggistiche dell’antico sistema dei parchi normanni: il Comitato scientifico della Fondazione Benetton Studi Ricerche ha infatti deciso all’unanimità di dedicare la 26ª edizione del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino a «Maredolce-La Favara, un luogo che nel cuore del quartiere Brancaccio di Palermo conserva la memoria e le testimonianze tangibili di ciò che è stato il paesaggio nella civiltà araba e normanna in Sicilia».

Analisi storica

Lo studio del sistema dei giardini normanni a Palermo risulta molto difficoltoso a causa della mancanza di resti e tracce in situ.

Il presente lavoro si pone come obiettivo quello di raccogliere il maggior numero di informazioni ed elementi utili per un intervento di riqualificazione delle aree di pertinenza dei resti degli edifici normanni, una volta centri nevralgici di grandi parchi reali.

Per questo si sono analizzate differenti tipologie di fonti:

  • Fonti iconografiche
  • Fonti letterarie
  • Analisi dell’antico sistema idrico e agricolo
  • Analisi tipologica degli edifici
  • Confronto con edifici e giardini simili e/o coevi
  • Analisi dei principali trattati di agricoltura.

Le fonti iconografiche sono quasi del tutto assenti: l’unica immagine a noi pervenuta è la miniatura del manoscritto Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli del XII secolo in cui è rappresentato il parco del Genoardo. In questa rappresentazione si possono però individuare dei primi elementi utili come la ricchezza di vegetazione ed animali esotici: palme da dattero (Phoenix dactylifera), pappagalli e un caracal (sorta di piccola lince).

Le fonti letterarie contemporanee alla realizzazione dei parchi, seppur per la maggior parte poetiche, citano specie vegetali utili ad ampliare l’elenco di varietà botaniche da cui attingere per una nuova proposta di intervento.

Le numerose poesie e le qasâ’id, composte da scrittori e letterati in maggioranza arabi ospiti alla corte dei re normanni, esprimono le emozioni e le sensazioni che si provavano attraversando questi sfarzosi giardini reali: avvolgenti profumi, moltitudini di colori, abbondanza di acqua e di ombra e divertimento durante le cerimonie e le feste.

Elemento fondamentale è lo studio delle antiche fonti idriche: è la reperibilità dell’acqua infatti che, attraverso lo sfruttamento delle sorgenti naturali e dei corsi fluviali, detta la collocazione e la diversa tipologia dei parchi reali normanni.

Utile è anche lo studio delle tradizioni agricole e delle tecniche idriche locali antiche e moderne: sono infatti il sistema di irrigazione e le varietà di specie vegetali a suggerire la trama, la disposizione e la composizione degli elementi all’interno di un giardino. L’antico sistema dei qanāt ha plasmato per secoli l’immagine della campagna palermitana.

Tramite un’analisi tipologica degli edifici normanni palermitani è possibile dedurre la tipologia di giardino che li circondava: il palazzo della Favara, essendo sviluppato maggiormente in orizzontale, presume una vegetazione più selvaggia ed abbondante quasi a voler fondere l’architettura con la natura circostante, mentre per un edificio come il complesso della Zisa si ipotizza un giardino maggiormente artificiale e geometrico a modello del riyād islamico.

Più complesso è lo studio dei parchi normanni palermitani mediante il confronto con giardini coevi: la materia vegetale è soggetta a continue trasformazioni e, se non curata dall’uomo ogni stagione, è destinata a svanire senza lasciare tracce di sé. Dell’apparato botanico dei giardini persiani e del mondo arabo non rimane più nulla se non gli antichi canali di irrigazione, resti di viali e ruderi di edifici che permettono solo delle ricostruzioni ipotetiche e trasformano sempre più il ricordo in una «nebbia di leggenda».

Per quanto riguarda nel dettaglio le specie vegetali e la loro disposizione si sono analizzati e confrontati alcuni trattati di agricoltura arabo-andalusi e persiani redatti tra il XII e il XVI secolo. Anche se per la maggior parte sono descritti giardini produttivi non è difficile credere che siano comunque regole generali da applicarsi anche ad un giardino di piacere in quanto, oltre ad appagare la vista, l’udito e l’olfatto, la disposizione delle essenze botaniche deve per forza rispondere anche alle tecniche di coltivazione per ottenere alberi, arbusti e fiori in salute e rigogliosi.

Anche se, come detto precedentemente, non esistono fonti iconografiche dei giardini palermitani del XII secolo, esistono comunque rappresentazioni, seppur astratte ed artistiche, di questi parchi e dello spirito che permeava Palermo: le grandi e fastose opere musive del Duomo di Monreale, della Cappella Palatina, della Sala di Ruggero e della sala centrale della Zisa custodiscono una grande varietà di rappresentazioni di specie botaniche ed animali.

Ulteriori elementi ed informazioni utili potranno essere ricavati solamente mediante ricerche sul campo, scavi archeologici ed analisi specifiche del terreno e dei resti pollinici.

Progetto

Il lavoro di ricerca ed analisi delle fonti si conclude con una proposta di intervento di riqualificazione del giardino antistante il palazzo della Zisa.

Il giardino che vediamo oggi dinanzi al palazzo della Zisa è frutto del progetto di restauro redatto dagli architetti Giuseppe Caronia (autore anche del restauro del palazzo coadiuvato dall’architetto Paolo Marconi), Luigi Trupia e Salvo Lo Nardo, i quali hanno tentato di risanare il quartiere degradato della Zisa e ridonare una porzione di città troppo a lungo abbandonata: l’area dove oggi sorge il giardino è stata infatti adibita in passato a discarica abusiva, officina e sfasciacarrozze ed infine deposito dell’Amnu.

Il giardino ad oggi è diviso in tre percorsi principali: «la via dell’acqua», la «via del verde» e la «via dell’ombra».

La prima è rappresentata da una grande vasca lunga 135 m e larga circa 4 m, rivestita in marmo bianco delle cave di Alcamo e Castellammare e con ceramiche lavorate dai maestri di Santo Stefano di Camastra: è la prosecuzione ideale del canale che dal salsabil dell’iwan del palazzo giunge alla peschiera. Ricorda però i giardini moghul come il Bagh-e Babur a Kabul o i Shalimar Bagh nel Kashmir, costruiti in un’epoca successiva rispetto agli esempi palermitani.

Il verde è diviso in otto grandi riquadri in cui sono piantate le principali essenze mediterranee tra cui arancio amaro, cedro, melograno, alloro, rosmarino, ulivo, rose, palma da dattero, carrubo, lavanda: la disposizione e lo stato in cui vertono queste essenze ad oggi è però ben lontano dallo sfarzo e dalla ricchezza di vegetazione a cui rimandano le qasâ’id arabe che descrivono i sollazzi normanni.

La via dell’ombra è costituita da un reticolo in metallo azzurro il cui progetto prevede essere coperto da buganvillee, gelsomino e glicine ma che oggi è ancora spoglio.

La mia proposta di intervento, non potendo in alcun modo ricostruire l’antico assetto originario del giardino e né tantomeno individuare un’epoca precisa di riferimento, in quanto tutta l’area confinante con il palazzo presenta elementi e testimonianze di diverse epoche (le terme romane, i dammusi e la senia trecenteschi, il portale e la fontana barocchi, la chiesa del XVIII secolo), si pone come obiettivo quello di ridonare al giardino della Zisa unicamente le atmosfere, i profumi, i colori e le sensazioni desunti dall’analisi di tutte le fonti sopraelencate.

La mia intenzione è quella di limitare le modifiche al progetto di restauro del giardino inaugurato nel 2005, mantenendo la lunga vasca centrale in marmo e andando ad intervenire quasi esclusivamente sulla vegetazione: tutte le specie inserite e utilizzate nella mia proposta di intervento sono ricavate dall’analisi dei trattati di agricoltura, dalla tradizione agricola siciliana e dalle fonti iconografiche e letterarie sopracitate.

L’intervento prevede il mantenimento del lungo canale che divide in due il giardino con delle modifiche da apportarsi alla vasca centrale: si elimina il massiccio parapetto e si inserisce della vegetazione all’interno (palme ed agrumi) ad imitare un isolotto all’interno del bacino d’acqua come in uso nel Parco Vecchio della Favara e nella peschiera antistante il palazzo della Zisa.

Lungo i lati del canale centrale vengono piantati alberi sempreverdi, come indicato nel trattato sivigliano del XII di ibn al-Awwām Il libro dell’agricoltura.

Viene ripristinata la peschiera antistante la Zisa e vengono piantati intorno filari di aranci amari, cedri e limoni, tre specie desunte dalla cronaca di Leandro Alberti il quale, in visita a Palermo nel 1558, lascia scritto: «intorno a essa peschiera eravi un vago giardino di limoni, cedri, naranzi, e di altri simili fruttiferi alberi».

Intorno al palazzo sono piantati a sud alberi di fico, a nord alberi di melo e ad est ed ovest alberi di pesco, visciolo e ciliegio, come indicato nel trattato di Qasim Yusuf Abu Nasri Harawi, Guida dell’agricoltura, composto ad Herat nel 1515, in cui nell’VIII capito descrive minuziosamente la disposizione di un cahārbāgh (l’antico giardino arabo quadripartito).

Tra il giardino di pertinenza del palazzo e i dammusi sono piantati filari di palme da dattero, elemento fondamentale nella tradizione agricola e botanica della Sicilia e che ritroviamo rappresentata nella maggior parte delle opere musive normanne.

Il piano rialzato comprendente i dammusi e l’antica senia è trattato come una zona di filtro tra l’area del palazzo della Zisa e il giardino antistante: viene riproposta la tradizionale pavimentazione a grossi riquadri tipica dei bagli siciliani e vengono inseriti degli elementi floreali con specie desunte dai trattati di agricoltura analizzati e dalle qasâ’id arabe composte dai poeti presenti alla corte normanna.

Un’area del giardino è divisa in quattro quadranti uguali dove all’interno sono piantati alberi di pero, pesco, melo cotogno e melograno in modo che fioriscano in sequenza come indicato nel trattato di Herat del 1515 sopracitato.

Un’ampia porzione del giardino è dedicata alla specie degli agrumi: è la più citata e decantata dai poeti e dai cronisti dell’epoca e che la tradizione vuole importata direttamente dagli Arabi nel X secolo ma che la storia conferma essere già conosciuta dai Romani e dai Greci grazie alle conquiste di Alessandro Magno.

All’epoca della costruzione dei sollazzi normanni le uniche varietà presenti nel territorio siciliano erano l’arancio amaro, il cedro ed il limone. Nella mia proposta di progetto però, volendo ridonare l’idea di ricchezza e sfarzosità di questi giardini, inserisco anche altre varietà più recenti e comunque sempre appartenenti alla tradizione agricola palermitana, come il Mandarino Tardivo di Ciaculli.

Per questa porzione di giardino, prendendo come riferimenti il Patio de los Naranjos di Sevilla e quello di Cordova, propongo una sistemazione in filari regolari, irrigati tramite canali e casedde (le conche dove sono piantati gli aranci nel sistema agricolo tradizionale palermitano) scavate nel terreno ed una serie di sedute all’ombra.

All’ingresso del giardino sono previste delle vasche d’acqua ospitanti all’interno delle ninfee, contornate da filari di iris e calendula (come previsto dal trattato di Herat del 1515). Tutt’intorno all’ingresso sono collocati filari di pioppi, ritenuti più eleganti dei cipressi dall’autore del trattato persiano del 1515.

Infine si ripristina il pergolato sulla destra modificandone la struttura in metallo e piantando gelsomino bianco e blu per donare ombra e profumo.

 

 

 

 

 

 

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