Premiato

Premio ARCo 2015

GALFA – progettare un carcere verticale affacciato su Milano

Autori: Luca Mazzoni, Giulia Pace
Relatore: Davide Del Curto

Politecnico di Milano
Scuola di Architettura e Società
Laurea Magistrale – Progetto e Tutela del Patrimonio Costruito
A.A. 2013/2014

Relazione del concorrente


Il tema del riuso adattivo delle architetture del Movimento Moderno viene ad essere uno dei punti fondanti della ricerca architettonica attuale, all’interno del tema del restauro, anche in relazione alla contingenza storico-economica che stiamo vivendo. Ormai da tempo, infatti, si è giunti alla conclusione che il riuso e la rifunzionalizzazione di edifici “datati”, ma con ancora presenti caratteristiche strutturali e architettoniche di pregio, sia la risposta migliore alla soluzione dello sprawl urbano e della crisi economica in corso, soprattutto in ambito edilizio. Questo tipo di approccio pone si molti limiti rispetto alla progettazione in campo in questi ultimi anni, in cui la componente immaginifica dell’architettura è ormai al centro della trattazione relativa all’opera, ma concede in vero anche una miriade di spunti progettuali altri, rispetto alle tipologie classiche di riqualificazione architettonica, producendo progetti nuovi e innovativi rispetto all’uso comune.

La scelta relativa al tema della tesi è quindi dovuta alla nostra convinzione che il tipo di approccio, esplicato brevemente poc’anzi, sia quello migliore non solamente per la riuscita della conservazione di un patrimonio, quello del moderno, che in larga parte ancora non viene considerato come degno di essere salvato, ma soprattutto perché rispecchia un metodo d’intervento che permette la continuazione della vita di edifici che altrimenti risulterebbero scheletri inanimati all’interno del tessuto urbano o inutili “moribondi” prossimi alla dismissione. All’interno della cultura architettonica contemporanea riteniamo, inoltre, che questo ambito progettuale sia uno di quelli di maggior interesse per la ricerca e la definizione di nuovi metodi d’intervento su un tessuto, quello edificato dopo la fine del secondo conflitto mondiale, che abbisogna di interventi sia materiali che funzionali, necessari all’adeguamento a necessità nuove di utilizzo e di sicurezza. Diretta conseguenza di questo argomento è anche la constatazione, ormai comunemente diffusa, dell’invecchiamento di alcune tipologie architettoniche, che seppur ancora utilizzate in larga parte nella cultura progettuale italiana e mondiale, risultano d’altro canto ormai non più adatte alle funzioni poste al loro interno e che molto spesso determinano la morte di un apparato costruttivo che potrebbe invece essere fatto rinascere a nuovo splendore con interventi non necessariamente invasivi e lesivi della composizione formale che lo caratterizzano.

Sicuramente, due di queste tipologie edilizie ormai considerate superate e non più rispondenti ai canoni di efficienza e di funzionalità richiesti dalla società attuale sono il carcere e il grattacielo, quelle analizzate in questo progetto; il primo in quanto si rifà a modelli tendenzialmente strutturati durante i secoli fino ai primi anni del Novecento, il secondo perché ormai risulta essere quasi esclusivamente diretta conseguenza dell’egocentrismo demiurgico dell’architetto, come spiega Vittorio Gregotti in un articolo edito su Repubblica:

Naturalmente nel grattacielismo c’è anche lambizione degli architetti (oltre che degli amministratori). Anche se si tratta di una tipologia largamente esaurita, ogni architetto è felice di poter costruire il suo belledificio alto, sempre più alto. Larchitettura, purtroppo, in generale centra poco.

Questa affermazione espressa ormai dieci anni or sono da un Maestro dell’architettura, e che purtroppo non ha trovato molta efficacia nella realtà, ci ha fatto tornare al significato vero di Architettura e a quello delle sue funzioni principali. Innanzitutto fare architettura vuol dire da una parte organizzare lo spazio fisico per assolvere e determinate funzioni sociali o biologiche, ma dall’altro significa “rappresentare” il modo in cui quelle funzioni vengono espletate in un certo contesto culturale, cioè rappresentarne il valore e il senso che esse rivestono per l’individuo e per il gruppo che dovrà usarle.

In base a questa interrelazione tra significato e significante dell’architettura ci siamo spinti a ricercare funzioni altre rispetto a quelle tutt’ora “à la mode” per il riuso adattivo degli edifici, che potessero rispondere a funzioni sociali e problematiche attuali della contemporaneità in cui viviamo. La ricerca è partita, innanzi tutto, dallo studio delle tipologie attualmente considerate per la progettazione e il riutilizzo di edifici alti, prettamente due: quella per uffici e quella per residenze di lusso o spazi di residenza temporanea limitata come quella delle grandi strutture alberghiere.

La sfida che si è deciso quindi di intraprendere è stata quella di ridare al nostro progetto architettonico dei contenuti sociali, che non riguardassero solo il riutilizzo funzionale di un edificio ormai dismesso da anni, ma anche quello di riorganizzare una tipologia ormai già del tutto sviluppata. Reinventare quindi un tipo edilizio nato per la speculazione e il controllo, quello del grattacielo, non più per perpetrarne le figure di potere economico e sociale, ma per valorizzarne problematiche sociali attualmente lasciate in secondo piano, soprattutto dal punto di vista architettonico. Come infatti affermano L. Scarcelle e D. Di Croce nella rivista Rassegna penitenziaria e criminologica:

E stato, anzi, osservato come ancora troppo spesso larchitettura manifesti una certa riottosità a risolvere (o anche solo a porsi con chiarezza) i problemi di una edilizia penitenziaria che contempli la possibilità di agire rapporti spaziali molteplici, più ricchi e meno schematici, rendendo fruibili alle persone detenute funzioni diversificate, occasione ottenibile non soltanto attraverso la riduzione del regime di sicurezza, ma anche, e soprattutto, attraverso nuove formulazioni ecologiche e spaziali 2 .

Questa frase è stata fondamentale per la decisione relativa alla funzione da insediare nel nostro progetto adattivo della torre Galfa, mantenendo al contempo una componente sociale, direttamente collegata ad una tipologia definibile come residenziale, anche se temporanea e maggiormente coercitiva. Inoltre l’idea di poter riunire, in un unico progetto, due categorie architettoniche ormai prettamente “esaurite” ci è sembrato un ottimo spunto di ricerca per il nostro lavoro.

L’excursus teorico a sostegno di questa ipotesi non è stato di semplice strutturazione, sia per la componente preconcetta di inattuabilità dell’idea, che per la sua manchevolezza riguardo la bibliografia tecnica rispetto al tema del carcere. In primo luogo si è cercato quindi di ricercare esempi pregressi che potessero avvallare questa nostra progettualità nuova, in modo da poterci fornire una base di lavoro utile alla strutturazione di una ricerca documentale e teorica fondata.

L’esperienza americana dei Metropolitan Correctional Center, di Chicago, New York e San Diego, è quindi risultata fondamentale nel consentirci di portare avanti un impianto teorico adeguato ad una ricerca tanto complessa e critica come quella di un istituto carcerario, per di più impostato all’interno di una struttura verticale, in opposizione alle tendenze mondiali che vedono utilizzate prettamente configurazioni a padiglione orizzontale nello sviluppo di queste architetture. Definito l’impianto di base da cui partire, il lavoro si è sviluppato attraverso una ricerca tramite le normative di riferimento necessarie ad entrambe le tipologie architettoniche, nonché ad uno studio attento delle tipologie stesse, che ci permettessero di considerare ogni aspetto di comunanza riguardo la loro unione progettuale successiva. A questo scopo sono stati utili gli studi relativi ai carceri “modello” internazionali, in maniera che si potessero prendere spunti relativi alla progettazione di spazi confortevoli e strutturati in modo da poter consentire un miglior approccio alla componente trattamentale del detenuto, nonché quelli riguardanti la normativa italiana del 1975 in materia di carceri che, pur essendo all’avanguardia in campo internazionale, non viene tutt’ora applicata nella realtà, comportando per il nostro paese numerose sanzioni da parte della Comunità Europea, della quale siamo membri, che ci rimprovera l’abuso di trattamento sui carcerati e le condizioni pessime di vita all’interno delle strutture penitenziarie.

Basandoci su questi testi e questi esempi si è proseguito con una fase progettuale, che comportasse continue verifiche sia rispetto alla parte di conservazione dell’opera architettonica presa in considerazione, in modo da non snaturarne l’anima intrinseca datale dal progettista, sia riguardo la componente di attuabilità della nostra idea riguardo la sua rifunzionalizzazione. Lo studio attento del corpo edilizio, delle sue fasi costruttive, delle sue componenti formali, della sua evoluzione storica e dei suoi richiami teorici ad un periodo storico-architettonico ben preciso, hanno quindi aumentato la conoscenza del tema e ci hanno permesso di strutturare il progetto così da unire due tipi edilizi non come “ex novo” ma come riprogettazione di un elemento pre-esistente, che contempla caratteristiche compositive proprie e degne di nota, seppur non ancora vincolate a livello burocratico.

Gli obiettivi espressi poc’anzi sono stati risolti attraverso lo sfruttamento di tre caratteristiche principali della torre Galfa, la sua centralità rispetto al tessuto urbano, la trasparenza data dal curtain-wall che la contraddistingue e la sua modularità, figlia del movimento razionalista da cui è nata; evoluti attraverso la nostra esperienza in un progetto architettonico nuovo, che si contraddistingue nel panorama della conservazione per iconograficità e sensibilità verso una delle tematiche sociali più critiche del nostro contesto culturale. Il curtain-wall è risultato anche il vero elemento pregnante rispetto al progetto di restauro, puntando in particolare l’attenzione sulla sua struttura in alluminio e sulle sue partizioni vetrate, per le quali è stato redatto un percorso filologico destinato alla conservazione totale di questa componente tecnologica fondamentale per il riconoscimento dell’architettura in quanto tale.

Il progetto si svolge in relazione alla sua verticalità, che intrinsecamente gli conferisce caratteristiche coercitive e di sicurezza, evolvendosi in una sequenza di comparti ben definiti e organizzati in maniera da poter gestire economicamente la struttura penitenziaria al suo interno, in accordo con le più avanzate teorie trattamentali internazionali in materia di gestione dei detenuti. Ad un layout razionalmente strutturato si aggiunge una compartimentazione interna altrettanto studiata, basata sulla maglia definita dal Bega al momento della progettazione (75cm) e che ha permesso di poter sviluppare spazi interni funzionali e riqualificabili a seconda delle funzioni necessarie e della stessa funzione primaria dell’edificio. La componente di costruzione a secco, utilizzata per il progetto, permette infatti di non intaccare la matericità già presente dell’edificio, consentendone il ripristino nel caso di inutilità futura della funzione insediata. La definizione degli spazi interni, soprattutto quella relativa alle stanze di pernottamento, ha seguito la normativa igienico-sanitaria vigente nel comune di Milano; soluzione atipica per le strutture carcerarie che si rifanno a dettami europei, se non più restrittivi ancora, che prevedono un minimo di 3 mq a persona nelle stanze multiple.

Lo sfruttamento della trasparenza dell’edificio ha quindi permesso di giocare con la modularità, precedentemente descritta, attraverso l’utilizzo di cromatismi atti al rinnovamento dell’immagine dell’edificio e alle componenti psicologiche delle persone ristrette al suo interno; tutto ciò rispettandone l’elemento più caratterizzante, cioè il curtain-wall, che ne delimita la facciata e si reinventa come gioco compositivo, assimilabile ad una tessitura, associato alla componente cromatica che definisce un insieme di pixel grafici di forte impatto, soprattutto durante le ore notturne. Questo nuovo concetto di reclusione permette una visione completa, da parte del detenuto, della città di cui fa parte e dovrebbe stimolare il suo interesse al reinserimento sociale, scopo ultimo della detenzione.

La componente di centralità dell’edificio, realizzato all’interno del Centro Direzionale milanese e in compresenza dei più noti Palazzi della Regione, nonché la sua estrema vicinanza a molte vie infrastrutturali cittadine, ha permesso che l’edificio potesse essere punto di osmosi con la città, in contrapposizione alla tendenza, sbagliata e controproducente, di isolamento delle strutture carcerarie all’esterno del tessuto urbano. In conseguenza a ciò si è progettato, alla base della torre, uno spazio di interconnessione con la trama cittadina, che permetta la fruizione della zona agli abitanti dei quartieri circostanti e ai visitatori della torre, in maniera che anche la cultura preconcetta dei “compartimenti stagni” tipica delle strutture carcerarie potesse essere definitivamente destrutturata e cancellata dall’immaginario collettivo. In questo modo il progetto può diventare anche monito cittadino al riconoscimento della struttura carceraria senza la componente di timore che tendenzialmente viene associata a questo tema alquanto critico e spinoso.

Anche le dinamiche trattamentali sono state fondamentali nella progettazione della struttura, in quanto hanno determinato larga parte del layout funzionale, che è stato strutturato all’insegna della responsabilizzazione del detenuto, nonché della sua componente attiva e lavorativa all’interno della struttura carceraria, predisponendo anche piani di regimi di semi-libertà atti alla velocizzazione del reintegro sociale. I “ristretti”, infatti, hanno libertà di movimento all’interno della torre grazie all’utilizzo di badge personalizzati che permettono loro, in condizioni controllate e predefinite, di poter eseguire spostamenti nelle varie zone dell’edificio, annullando quindi l’immobilità tipica delle strutture carcerarie italiane, che vincolano i loro internati allo stazionamento in celle chiuse, per di più eccessivamente limitate negli spazi; questo anche grazie ad un’attenta strutturazione della movimentazione verticale, sia attraverso scale che attraverso gli ascensori presenti nella torre.

La nostra progettazione, infine, vuole sottolineare il concetto che funzione e simbolo non costituiscono in architettura i due termini di una dicotomia, ma al contrario sono i due poli di un unico processo; tentando di sradicare il concetto per cui la componente immaginifica del progetto sia più rilevante di quella sociale. Tutto ciò ribadendo che l’opera architettonica, a nostro avviso, è la risultante di un approccio ai problemi operato contemporaneamente su tre dimensioni: la componente funzionale che definisce l’uso dello edificio e le attività che in esso dovranno trovar luogo, in base a necessità sociali determinate; la dimensione tecnologica che comporta la scelta delle componenti strutturali e dei materiali fisici adoperati, e la componente formale che invece definisce la forma dell’oggetto progettato e quindi il linguaggio con cui l’oggetto comunicherà all’esterno il suo contenuto funzionale e tecnologico.

A nostro avviso un punto di forza è sicuramente stato il non cedere alle prime tentazioni di sostituire completamente le partizioni trasparenti a vantaggio di un miglioramento bioclimatico che sarebbe andato a discapito dell’effettiva autenticità dell’opera su cui siamo intervenuti. Va comunque specificato che l’intento all’interno del progetto non è certo stato quello di museificare la torre, ma quello di considerarne le parti di pregio ancora presenti e rivalorizzarle attraverso un intervento che facesse rivivere l’edificio e non lo rendesse una “bella statua” in esposizione.

In conclusione ci sembra di essere riusciti nell’intento prefissatoci all’inizio, e cioè poter unire due tipologie architettoniche apparentemente inconciliabili attraverso la rigenerazione di un edificio “storico”, senza necessariamente stravolgerne rapporti e materialità ancora presenti, come altri tipi di intervento avrebbero invece richiesto. L’edificio risulta un organismo funzionale e attivabile anche nella realtà, come confermatoci in sede di riscontro stakeholder, che tiene conto delle caratteristiche dell’edificio, della funzione insediata e delle persone che dovranno fruirlo; senza però dimenticare componenti pragmatiche impiantistiche e di sicurezza si interna che in caso di eventi traumatici esterni al complesso. L’utilizzo dell’ingegneria antincendio ci ha infatti permesso di poter limitare le modifiche alla struttura pur mantenendo un alto livello di sicurezza per un numero di persone che la funzione impone necessariamente come controllato. In questo modo verificando ulteriormente il concetto che ogni caso è un unicum all’interno della conservazione dell’architettura e che non ci si può affidare esclusivamente a normative prescrittive che limiterebbero la progettazione e snaturerebbero l’edificio. Scopo dell’architetto è anche quello di trovare soluzioni altre a problemi in apparenza determinati e risolti, in maniera da poter trovare nuove strade d’intervento e nuove tipologie di approccio.

Si potrebbe quindi asserire, con tutte le limitazioni del caso e le possibili argomentazioni mancanti, dovute all’estrema dilatazione dei temi trattati, che a tutt’oggi sarebbe possibile, nonché positivo, realizzare un carcere a torre nel centro direzionale di Milano, in particolare nella torre Galfa di Melchiorre Bega, che possa unire due tipi edilizi in un’entità nuova pur mantenendo, anzi a tutt’oggi elevando, le qualità di vita della popolazione carceraria.

 

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